Dal 4 aprile 2024 l’Italia ha un visto per nomadi digitali e lavoratori da remoto, riservato ai cittadini extra UE altamente qualificati: lo regola il decreto interministeriale del 29 febbraio 2024 (Gazzetta Ufficiale n. 79). Per noi italiani non cambia nulla sul piano dei documenti: cambia chi incontriamo nei borghi e nei coworking.
Aggiornato il 16 ottobre 2026 · Redazione
In breve – Il visto vale solo per cittadini extra UE: a un italiano non serve, né in Italia né per lavorare da remoto dall’Italia. – La base è l’art. 27, comma 1, lettera q-bis del Testo Unico Immigrazione (D.Lgs. 286/1998), introdotta dall’art. 6-quinquies del D.L. 4/2022, convertito dalla L. 25/2022 e in vigore dal 29 marzo 2022 (Normattiva, consultata il 16 ottobre 2026). – Il decreto attuativo è del 29 febbraio 2024, pubblicato in GU il 4 aprile 2024. – Per noi l’effetto è indiretto: più nomadi stranieri in Italia, più domanda di coworking e community. – Se rientri in Italia o lavori da qui, contano residenza fiscale e Partita IVA, non il visto.
Perché l’Italia ha creato un visto per nomadi digitali?
L’Italia ha creato il visto per attirare lavoratori da remoto qualificati, seguendo una tendenza europea che conta già canali simili in Spagna, Portogallo e Grecia. La norma di base è del 2022, ma è diventata operativa solo con il decreto attuativo del 2024.
Cosa prevede la norma, secondo le fonti ufficiali?
La norma prevede un ingresso fuori quota, senza nulla osta al lavoro, per chi svolge un’attività altamente qualificata da remoto, da autonomo (nomade digitale) o da dipendente (lavoratore da remoto). Secondo la scheda del portale Integrazione Migranti (Ministeri del Lavoro e dell’Interno, consultata il 16 ottobre 2026), servono reddito minimo, assicurazione sanitaria, alloggio e almeno sei mesi di esperienza; dopo l’arrivo il permesso si chiede in Questura entro 8 giorni lavorativi. Il dettaglio dei documenti lo decide ogni consolato: non è il tema di questo articolo.
| Chi sei | Ti serve il visto nomadi digitali? | Cosa conta davvero |
|---|---|---|
| Italiano che lavora da remoto dall’Italia | No | Contratto, fisco e contributi italiani |
| Italiano nomade all’estero | No | In UE registrazione di residenza, fuori UE visto del Paese; AIRE, residenza fiscale |
| Italiano che rientra | No | Data di rientro e residenza fiscale |
| Cittadino extra UE qualificato | Sì | Requisiti del D.M. 29/02/2024 e del consolato |
Cosa cambia per noi italiani?
Per noi italiani cambia soprattutto l’ambiente in cui lavoriamo, non le regole. Nei borghi che puntano sul lavoro da remoto e nei coworking delle città medie possono arrivare più professionisti stranieri: è un’occasione per fare rete, trovare clienti e community anche senza partire. Chi organizza meetup o gestisce spazi ha un pubblico nuovo; chi affitta casa può vedere più domanda di soggiorni medi, con il rischio di prezzi più alti nelle zone già richieste.
Cosa significa per chi lavora da remoto dall’Italia o rientra?
Per chi lavora da remoto dall’Italia o rientra, il visto non cambia nulla: fisco, contributi e residenza seguono le regole valide per tutti i cittadini italiani. Chi è stato iscritto all’AIRE e torna deve rivedere la propria residenza fiscale; chi lavora in proprio deve ragionare su regime e Partita IVA, come spieghiamo nella guida alla Partita IVA da nomade digitale. Sui casi concreti, verifica con un commercialista.
Cosa ne pensano i nomadi del visto italiano?
- Un utente su r/Italia sostiene che i lavoratori da remoto stranieri, sempre in cerca di posti tranquilli e tipici, potrebbero creare una rete turistica che l’Italia oggi non sfrutta (thread).
- Nella stessa discussione un altro utente, che lavora da remoto da quasi quattro anni, racconta di aver comunque scelto la grande città: nei piccoli centri serve l’auto per tutto, mancano servizi ed eventi e non c’è un mercato degli affitti.
- Un utente su r/ItalyExpat racconta di aver ottenuto il visto da Londra in 30 giorni, contro i quattro mesi che gli erano stati prospettati (thread).
- Su r/digitalnomad un utente nota che ogni consolato prepara da sé la lista dei documenti, per esempio sull’alloggio: «le liste non coincidono tra loro» (thread).
Sono opinioni personali, non indicazioni ufficiali. Su X non abbiamo trovato post pubblici in prima persona utilizzabili.
Domande frequenti
Come si diventa nomade digitale partendo dall’Italia?
Si parte da tre verifiche: un lavoro che si possa svolgere davvero da remoto, le regole d’ingresso del Paese in cui vuoi vivere (in UE basta la registrazione di residenza, fuori UE serve il visto locale) e la tua posizione fiscale e anagrafica in Italia, compresa l’eventuale iscrizione all’AIRE. Il visto italiano per nomadi digitali non c’entra, perché è pensato solo per cittadini extra UE. Abbiamo messo in ordine i passaggi nella guida ai primi passi per lasciare l’Italia.
Dove paga le tasse un nomade digitale italiano?
Dipende da dove hai la residenza fiscale, non dal posto in cui apri il computer: contano la permanenza, il domicilio e il centro dei tuoi interessi, oltre alle convenzioni contro le doppie imposizioni. L’iscrizione all’AIRE da sola non basta a dimostrare di vivere all’estero. Trovi i criteri principali nella guida alla Partita IVA da nomade digitale, ma prima di decidere verifica con un commercialista.
Quanto costa vivere all’estero da nomade digitale?
Dipende molto dalla città: affitto, coworking e trasporti cambiano tantissimo da una destinazione all’altra, e i numeri vanno sempre letti con la loro data. Per un primo ordine di grandezza confronta voci simili tra città diverse, usando fonti come nomads.com con la data di consultazione. Il nostro confronto dei costi tra Lisbona, Bali e Buenos Aires mette in fila le voci principali.
Foto di copertina: Gustavo Fring / Pexels

